LA NUOVA LEGGE SUI RIFIUTI: UN'OCCASIONE MANCATA
Il Consiglio Regionale ha approvato il 9 ottobre una revisione della legge regionale per la gestione dei rifiuti. È un provvedimento scarno e per certi aspetti fuorviante, in linea con le politiche ambientali del Governo Berlusconi (che, comunque, seguono una traccia già aperta in precedenza) che orienta le amministrazioni locali alla costruzione di grandi impianti di smaltimento e “termodistruzione” in “ambiti territoriali ottimali” (in genere molto estesi), in cui si inseguono solo le economie di scala e le sollecitazioni tecnologiche dei costruttori, scaricando su comunità relativamente piccole (e per lo più già con forti carichi ambientali) l’onere di tale impatto. La più grossa pecca di questa legge la si ha nei “Contributi a favore di comuni e province e obblighi dei gestori”. Si è deciso, infatti, che i soggetti gestori di impianti di recupero e smaltimento, versino un contributo minimo annuo al comune sede dell’impianto per ogni quintale di rifiuti. Si rischia, applicando la logica della premialità, di scatenare una corsa tra i comuni per accaparrarsi l’impianto più redditizio, alla faccia di una programmazione territoriale regionale equilibrata, e non di un “Gosplan” con il suo gigantismo. Il meccanismo del premio dovrebbe essere evitato, soprattutto in questo periodo dove i contributi agli enti locali vengono a diminuire, per evitare sfrenate ricerche di fondi. Si è tentato di arginare questo pericolo, portando in Consiglio Regionale la proposta di destinare questi proventi alla riduzione della tassa rifiuti per i cittadini, senza mediazioni, ma l’emendamento proposto dal consigliere Tapparo è stato bocciato. Anche la pressione, per raggiungere gli obiettivi minimi di raccolta differenziata è stata diminuita, portando in questo modo comuni e province verso una più elevata propensione al conferimento in discarica, riducendo dalla raccolta differenziata. È una legge che probabilmente trae la sua logica anche dai recenti sviluppi per la localizzazione del “mega-inceneritore” di Torino, dove si è scatenato un forte gioco di “scaricabarile” e molte amministrazioni si sono opposte. Da qui l’esigenza di premiare il comune con vocazione più sviluppista con i contributi dei consorzi (tra l’altro definiti solo nella misura minima, senza porre un tetto massimo alla cifra da versare). Viene timidamente accennata la possibilità di destinare la misura minima dei contributi ai comuni limitrofi alla sede dell’impianto, senza però specificarne la discrezionalità. Anche per i gestori di impianti di incenerimento e discarica di rifiuti urbani è stato studiato un “dazio” da pagare: dovranno versare alle province sedi dei termodistruttori un contributo annuo di 25 centesimi di euro ogni quintale di rifiuti. In questo contesto non si tratta di dire un semplice no o di rifiutare aprioristicamente la tecnologia della termodistruzione, ma di cercare una soluzione più leggera, individuando la collocazione di impianti più piccoli in ambiti territoriali ridotti, tenendo conto dei carichi ambientali già esistenti, rendendo più lieve l’impatto ambientale nelle piccole comunità, le quali percepirebbero più direttamente il rapporto tra onere della localizzazione dell’impianto e soluzione al problema dei rifiuti della propria area territoriale e non, come il caso del megainceneritore a Torino, per risolvere il problema di un milione e più di abitanti.
Altri argomenti salienti del numero 7-8
» Ricordo di Aldo Viglione
» La nuova condizione dei colletti bianchi
» Conoscenza e utilizzo della Lingua Piemontese a Torino e Provincia
» Crecita delle consulenze e tagli indiscriminati
» In ricordo di Giuseppe Reburdo
» Storia delle Società di Mutuo Soccorso
» Sinagoghe in Piemonte